#dirittisindacaliXimilitari

05.11.2015 03:21

Diritti sindacali ai Militari: la Corte Costituzionale 16 anni fa.

E’importante sapere cosa dicevano i Giudici della Corte Costituzionale del 1999 sul divieto agli appartenenti alle Forze armate di costituire associazioni professionali a carattere sindacale e, comunque, di aderire ad altri sindacati esistenti.

Si può in questo modo confrontare quell’orientamento con il più attuale, che trae origine dalla nota ultima pronunzia della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.

A distanza di ormai 16 anni, la sentenza n. 449  13-17 dicembre 1999 ci ricorda i principi di diritto che vennero analizzati dai Giudici delle Leggi presieduti dal Prof. Giuliano Vassalli.

Stabilivano i Giudici in quella sentenza: l’art. 52 terzo comma della Costituzione parla di “ordinamento delle Forze armate“, non per indicare una sua estraneità all’ordinamento generale dello Stato, ma per riassumere in tale formula l’assoluta specialità della funzione.

La Corte metteva in luce le esigenze funzionali e la peculiarità dell’ordinamento militare, pur ribadendo più volte come la normativa non fosse avulsa dal sistema generale delle garanzie costituzionali: nella sentenza n. 278 del 1987, in cui vi è l’eco dei risultati cui è pervenuta la dottrina, la Corte osservava che la Costituzione repubblicana superava radicalmente la logica istituzionalistica dell’ordinamento militare, giacché quest’ultimo doveva essere ricondotto nell’ambito del generale ordinamento statale “rispettoso e garante dei diritti sostanziali e processuali di tutti i cittadini”.

IL CITTADINO MILITARE

La garanzia dei diritti fondamentali di cui sono titolari i singoli “cittadini militari” non recede quindi di fronte alle esigenze della struttura militare; sì che meritano tutela anche le istanze collettive degli appartenenti alle Forze armate al fine di assicurare la conformità dell’ordinamento militare allo spirito democratico.

Il rilievo che la struttura militare non è un ordinamento estraneo, ma costituisce un’articolazione dello Stato che in esso vive, e ai cui valori costituzionali si informa attraverso gli strumenti e le norme sopra menzionati, non consente tuttavia di ritenere illegittimo il divieto posto dal legislatore per la costituzione delle forme associative di tipo sindacale in ambito militare.

Se è fuori discussione, infatti, il riconoscimento ai singoli militari dei diritti fondamentali, che loro competono al pari degli altri cittadini della Repubblica, è pur vero che in questa materia non si deve considerare soltanto il rapporto di impiego del militare con la sua amministrazione e, quindi, l’insieme dei diritti e dei doveri che lo contraddistinguono e delle garanzie (anche di ordine giurisdizionale) apprestate dall’ordinamento. Qui rileva nel suo carattere assorbente il servizio reso in un ambito speciale come quello militare (art. 52, primo e secondo comma, della Costituzione). Orbene, la declaratoria di illegittimità costituzionale dell’art. 8, nella parte denunciata, aprirebbe inevitabilmente la via a organizzazioni la cui attività potrebbe risultare non compatibile con i caratteri di coesione interna e neutralità dell’ordinamento militare.

D’altra parte, lo stesso Consiglio di Stato ammette che la legge n. 382, pur negando ai militari la libertà sindacale, conferisce loro facoltà tipiche di essa per salvaguardare le istanze collettive. E invero, l’ordinamento deve assicurare forme di salvaguardia dei diritti fondamentali spettanti ai singoli militari quali cittadini, anche per la tutela di interessi collettivi, ma non necessariamente attraverso il riconoscimento di organizzazioni sindacali.

A tal proposito, la Corte ricorda che il legislatore mostra attenzione verso le istanze avanzate dagli organi di rappresentanza delle Forze armate con riguardo a una più compiuta definizione degli spazi di intervento e di autonomia ad essi riservati; del che costituisce testimonianza l’esame, da parte delle Camere, di alcuni progetti di riforma della legge n. 382 ( all’epoca ).

E, certo, non a caso la legge 28 luglio 1999, n. 266, all’art. 18 delega il Governo a emanare, entro il 31 marzo 2000, un decreto legislativo che integri e corregga il d.lgs. n. 195 del 1995, prima citato a proposito della procedura di concertazione, al fine di adeguarne il contenuto ai principi desumibili dalle disposizioni di riforma della pubblica amministrazione, che hanno successivamente trovato ingresso nell’ordinamento, e di valorizzare gli organismi di rappresentanza per quanto attiene al confronto sulle questioni che concernono il rapporto d’impiego.

LA DISPARITA’ DI TRATTAMENTO TRA FFAA E POLIZIA DI STATO

Il Consiglio di Stato invoca l’art. 3 della Costituzione, denunciando la disparità di trattamento fra gli appartenenti alle Forze armate e quelli della Polizia di Stato, ai quali il legislatore ha invero riconosciuto, per quanto entro precisi limiti, la libertà sindacale, escludendo non solo il diritto di sciopero, bensì anche le azioni che, effettuate durante il servizio, possano pregiudicare le esigenze di tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica o le attività di polizia giudiziaria (artt. 82, 83, 84 della legge n. 121 del 1981).

LA SMILITARIZZAZIONE DELLA POLIZIA

Osserva la Corte che – perseguendo un delicato bilanciamento tra beni di rilievo costituzionale – il legislatore ha sì riconosciuto una circoscritta libertà sindacale, ma ciò ha disposto contestualmente alla smilitarizzazione del corpo di polizia, il quale ha, oggi, caratteristiche che lo differenziano nettamente dalle Forze armate.

Non può quindi invocarsi la comparazione con la Polizia di Stato per la diversità delle situazioni poste a confronto, sì che pure la censura mossa con riferimento all’art. 3 deve essere disattesa, al pari di quelle riguardanti gli artt. 39 e 52, terzo comma, della Costituzione.

LA C.E.D.U. OGGI

Rispetto alle posizioni storiche, oggi la CEDU riconosce la libertà di associazione sindacale al personale militare che, invece, viene reiteratamente negata dalla Magistratura nazionale.

 

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  • 29.06.2016 22:09

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