#indicedimassacorporea

05.11.2015 03:20

Lo Stato Maggiore dell’Esercito applica al personale militare la c.d. circolare I.MC. “indice di massa corporea”.

Fissa cioè un limite tra l’idoneità e la non idoneità al servizio, ossia il limite del 30% per gli uomini e il 28% per le donne, riconducendo il controllo ad una mera applicazione di una formula matematica senza tenere contro della specificità di ogni individuo.

Sembra però che detta circolare venga applicata in maniera generica sul personale: chi non rientra nei requisiti previsti ( elaborazione matematica di valori antropometrici ) viene collocato in convalescenza per lunghi periodi, fino a 180 giorni, senza lavorare, il tutto per ridurre l’IMC di almeno un punto: dopo di ciò si avvia la fase delle convalescenze, fino a due anni.

Da un lato si tratta di un grave spreco economico poiché si pagano persone collocate dalla propria amministrazione a riposo coatto, dall’altra parte queste interminabili convalescenze mettono a rischio l’impiego del militare.

Ora, stando ai principi di medicina legale, al fine di valutare l’idoneità o meno al servizio si individua come sbarramento un’infermità ascrivibile ad una 5^ o 6^ categoria e, comunque, tale patologia deve essere in netto contrasto con l’espletazione dei compito d’istituto.

Occorre notare che nelle tabelle delle valutazioni di infermità, l’obesità non viene menzionata; le CMO applicano la normativa rigidamente rispetto ad altre patologie permanenti.

Non potendo riformare solo per l’obesità, tendono a far sforare i 730 giorni (stipendiati senza lavorare per risposo forzato) di aspettativa, con conseguente decadimento dal servizio e con la possibilità di non transitare nei ruoli civili.

Per quanto concerne invece l’invalidità civile, la percentuale d’invalidità che può essere concessa ad un soggetto obeso (soltanto in presenza di obesità di terzo grado con IMC superiore a 40) va dal 31% al 40% in quei soggetti con limitata funzionalità e con masse adipose voluminose tali da non poter svolgere le normali attività.

OBESITA’ E AMBIENTE LAVORATIVO

E’ corretto considerare l’obesità una patologia vera e propria da trattare come tale, ovvero con percorsi personali mirati di rieducazione elementare e di sport.

Un ambiente di lavoro particolarmente stressante può condurre alcune persone ad un deperimento generale, altre all’impinguamento: si può pretendere che una persona possa intraprendere un percorso per ristabilire un equilibrio salutistico se subisce la costante pressione psicologica della paura di perdere il lavoro?

Sembra arduo giungere a valutare l’obesità in funzione del grado e dell’ incarico, che, evidentemente, non corrispondono a parametri medici.

LA NORMA E’ COERENTE?

Rispetto alla questione tesa a verificare e far rientrare il personale militare all’interno deiparametri ponderali indicati dalla direttiva di forza armata, sovente sono state sollevate da parte del personale domande e perplessità che fanno emergere forti dubbi e lacune normative.

In altri termini: si ritiene opportuno rivedere alcuni parametri giudicati eccessivi e privi di fondamento scientifico.

Senza contare l’ulteriore elemento di dubbio, nascente dal fatto che la normativa vigente prevede, in caso di superamento della percentuale del 30%, che il personale venga posto in convalescenza attraverso un lesivo meccanismo di deliberata “esclusione” anziché “inclusione” della persona la quale evidentemente, allontanata dall’ambito lavorativo, si ritrova sola a gestire e risolvere la propria condizione.

La tutela della salute è scopo primario di ogni norma e, per questo, occorre un vero e proprio cambiamento di “filosofia” atto a preservare e mettere al centro della problematica la persona,

L’aiuto va portato in loco con l’ausilio del DSS, degli istruttori ginnico-militari, per  seguire un programma alimentare e sportivo all’interno delle strutture e in orari di servizio, evitando di porre in facile convalescenza e con obbligo di presentarsi alle visite preposte solo alla scadenza di queste.

La convalescenza produce effetti dirompenti in termini di carriera e giuste aspettative in capo al personale rappresentato: non vengono effettuate le minime consulenze specialistiche in materia nonostante provvedimenti quali quelli della collocazione in convalescenza ( che rischiano di determinare la perdita del posto di lavoro ).

E’ noto che tali “rischi” non sussistono per gli appartenenti ad altre Forze Armate, tantomeno in capo al Comparto Sicurezza, e ciò nonostante i dettami legislativi di equi ordinazione.

Le disposizioni in materia di I.M.C. possono portare fino alla perdita del posto di lavoro per riforma, ciò in palese disparità di trattamento tra il personale dello stesso comparto o tra i comparti Difesa-Sicurezza.

L’Appello che si rivolge al Ministero è di avviare un indagine interna per verificare quanto segue:

se nell’applicazione di tale circolare siano emerse violazioni di legge,

se le disposizioni che contiene rispettano i diritti dell’uomo,

se le percentuali imposte ai militari sono conformi alla legge con riferimento alla disciplina prevista all’atto dell’arruolamento e del contratto sottoscritto dai quadri permanenti,

se queste procedure arrecano danni alla persona in quanto essere umano prima che militare,

COSA FARE

Da un punto di vista medico legale sappiamo, in definitiva, che l’applicazione rigida del parametro tabellare della idoneità al servizio può condurre talvolta a giudizi non corretti.

Proprio per questo è necessario garantire il militare sul piano della tutela del  diritto alla salute e al lavoro, rivedendo la normativa di settore in senso garantista e, pertanto, assicurando un controllo effettivo dei giudizi medici prima di innescare la eventuale fase del ricorso.

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Girolamo Foti
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  • 29.06.2016 22:09

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